La malattia è un evento che può capitare a chiunque durante la vita lavorativa. Non è solo una questione personale di salute, ma un fatto che incide direttamente sul rapporto di lavoro e sugli equilibri tra dipendente e datore di lavoro. La legge cerca di bilanciare questi due interessi: da un lato, la tutela del lavoratore che si ammala; dall’altro, la necessità dell’azienda di continuare a funzionare.
La tutela della salute: il punto di partenza
La nostra Costituzione è chiara: l’articolo 32 afferma che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo, mentre l’articolo 38 garantisce che il lavoratore abbia diritto al sostegno economico in caso di malattia. Su queste basi si innesta l’articolo 2110 del Codice Civile, che regola proprio gli effetti della malattia sul rapporto di lavoro.
In pratica, quando un dipendente si ammala, la sua prestazione lavorativa viene sospesa: non deve lavorare, ma il rapporto non si interrompe. Il posto resta suo, almeno entro i limiti del cosiddetto periodo di comporto, cioè il numero massimo di giorni di assenza previsti dal contratto collettivo.
Cosa deve fare il lavoratore
Il dipendente che si ammala ha dei diritti, ma anche precisi doveri. Ha diritto a:
- conservare il posto di lavoro, nei limiti del comporto;
- ricevere l’indennità di malattia dall’INPS, spesso integrata dal datore di lavoro;
- non essere discriminato o penalizzato a causa del suo stato di salute.
Dall’altra parte, deve rispettare alcune regole fondamentali:
- avvisare subito il datore di lavoro dell’assenza;
- fare in modo che il medico invii all’INPS il certificato di malattia;
- essere reperibile durante le fasce orarie delle visite fiscali (per i privati, in genere 10-12 e 17-19).
Se il lavoratore non rispetta queste regole, rischia sanzioni: dalla perdita dell’indennità fino, nei casi più gravi, a conseguenze disciplinari. Non mancano, infatti, i casi in cui la Cassazione (come la sentenza n. 3980/2020) ha confermato il licenziamento di dipendenti che, durante la malattia, svolgevano attività incompatibili con lo stato di salute.
Cosa deve fare il datore di lavoro
Il datore di lavoro non è privo di tutele. La legge lo obbliga a rispettare il diritto del lavoratore alla salute e al sostegno economico, ma gli riconosce anche alcuni strumenti di controllo.
Il datore non può licenziare il dipendente durante il periodo di comporto, salvo che ricorrano motivi di giusta causa non legati alla malattia. Può però chiedere all’INPS di effettuare una visita fiscale, per verificare che l’assenza sia legittima.
Una volta esaurito il periodo di comporto, se la malattia si prolunga oltre i limiti previsti dal contratto collettivo, il datore di lavoro può recedere dal rapporto: la Cassazione (sent. n. 5095/2011) ha infatti chiarito che, superata questa soglia, la prosecuzione del contratto diventa impossibile.
Un equilibrio di diritti e doveri
La disciplina della malattia si fonda su un equilibrio delicato: il lavoratore deve sentirsi tutelato nella propria salute e nel proprio reddito, mentre il datore di lavoro deve poter contare su regole certe per organizzare l’attività aziendale.
La giurisprudenza ci ricorda che la malattia non è un privilegio, ma una legittima sospensione del lavoro (Cass. n. 18418/2006). Per questo, è essenziale che entrambe le parti agiscano in buona fede e con correttezza.
Conclusione
In definitiva, la malattia è una fase che mette alla prova il rapporto di lavoro, ma che può essere gestita senza conflitti se ciascuno rispetta i propri obblighi e i diritti dell’altro. Per il lavoratore significa poter contare su un sostegno economico e sulla sicurezza del posto; per il datore di lavoro significa avere strumenti per garantire la continuità dell’attività.
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